Arianna Occhipinti

Una conversazione con l’anima franca della Sicilia Orientale

Chiedere un’intervista a un vignaiolo in piena vendemmia è un po’ come fermare un cuoco in pieno servizio per porgli delle domande. Arianna Occhipinti, nel trambusto del suo settembre, scandito da raccolta, diraspature, prime fermentazioni e follature, ha trovato il tempo per rispondere. Forse non c’è neppure da stupirsi: raccontare il suo lavoro, l’impegno verso la natura e la sua terra, sono motivi che l’accompagnano da sempre. È ciò che l’ha resa un punto di riferimento per giovani appassionati e ricchi di sogni. Ne abbiamo la conferma con questa intervista.

Chi è Arianna Occhipinti

La storia di Arianna meriterebbe un capitolo a sé. Dopo la laurea in Viticultura ed Enologia a Milano, condita da una pragmatica lettera a Veronelli in cui raccontava la sua idea di viticultura e di vino, ha fatto rientro nella piccola e remota Vittoria, in provincia di Ragusa, per mettere in pratica, tra filari e tini, ciò che aveva acquisito sui libri. Nel 2004 nasce la sua azienda, un ettaro appena, nella sola contrada Fossa di Lupo. Lei aveva ventuno anni. Oggi ne conta una trentina di ettari, si estendono anche nelle contrade Bombolieri, Bastonaca e Pettineo, lungo la statale SP68.

Il suo – lo hanno rimarcato in tanti – non è un percorso comune: per una giovane donna far rientro a casa, al Sud, per imbracciare un lavoro tosto, molto fisico, associato storicamente al genere maschile, sembrava più una follia che un’impresa possibile. 

Ma non è più tempo, ci piace pensare, per concentrarsi su questo, sull’eccezionalità di essere donna vignaiola. Arianna ha un’idea di rispetto per la natura e per le specificità territoriali che non ha né genere né tempo storico.

L’innovazione in viticoltura

Si parla di innovazione praticamente in ogni ambito. In quello enologico, ad oggi, in cosa consiste?

“Oggi si sta cercando di fare sintesi tra periodi storici. Quello più datato, in cui si adottavano pratiche a basso impatto, con trattamenti e interventi ridotti all’osso, insomma quello del vino fatto dal contadino, e il periodo della chimica e della tecnologia avanzata, a partire da fine anni Ottanta, in cui ci si allontanava dal terroir per ottenere un prodotto quasi perfetto ma omologato. Per come la vedo io la sintesi tra i due approcci è la chiave giusta. Prendiamo da entrambi per puntare al meglio, senza perdere di vista l’obiettivo territoriale, che per la mia azienda è primario”.
Arianna dichiara di aver sempre voluto andare più in profondità, cioè scavare fino alle radici delle cose. Nei suoi vini vuole raccontare le singole parcelle, le loro identità, e non ampie fette di territorio. Non il tutto, dunque, ma il singolo. 

“Come si fa a dare voce a una piccola porzione di territorio? Serve tanto lavoro in vigna e in cantina, non c’è altra risposta. Ci vuole un metodo coerente, delicato, che punta al massimo rispetto della materia prima, l’uva, e si avvale di fermentazioni spontanee, quelle aiutano in modo efficace a far emergere il territorio. Tuttavia non ragiono per partito preso: penso che se l’innovazione ci ha regalato degli strumenti migliorativi, e questi sono funzionali ai propri obiettivi, posso avvalermene. Poi ti dirò sempre che sono più amante della tecnica che della tecnologia… e che la vera innovazione è il rapporto con la vigna!”

Uomo e natura

Se si lavora a contatto con la natura, e ci si sente parte di essa, è inevitabile che le conversazioni si allarghino, prendendo dentro spazi anche diversi ma strettamente connessi. Non poteva che accadere pure con Arianna, sempre più impegnata in un progetto articolato, di biodiversità, che include anche olivicoltura, orto, alberi da frutto.

Rileggendo le tue interviste ci sono due termini che ricorrono, oltre alla vite e al vino: uomo e natura. È nel rapporto uomo –  natura che si dovrebbe costruire il futuro? Quanto indietro siamo?

“Io ho provato una connessione fortissima con la natura al rientro in Sicilia. Credo che l’uomo debba ripristinare il rapporto simbiotico con la natura, coltivarlo proprio come se fosse una pianta. C’è un’urgenza che a mio avviso è evidente: dobbiamo rallentare. Dobbiamo rimetterci in una posizione di ascolto e modellarci in funzione di ciò che la natura ci sta comunicando. Ti faccio un esempio pratico. Quest’anno la peronospora ha colpito dal Nord al Sud Italia. Questo è un sintomo evidente che dobbiamo saper interpretare, o significa che stiamo marciando per la nostra strada senza prestare ascolto ai segnali di avviso”.

Tra ritorni a casa e nuovi innesti

Arianna, ricordavamo all’inizio, ha scelto di tornare a casa per dare linfa ai suoi sogni. Le abbiamo chiesto quanto l’agricoltura possa aiutare a far tornare i giovani nei propri luoghi natali e se negli ultimi anni abbia avuto la sensazione che questo sia avvenuto.
“Sì l’agricoltura e il turismo riportano le persone, in particolare i giovani, nel territorio. Mi correggo, non riportano…  attirano. Non ci sono solo rientri, bensì nuovi innesti, se guardiamo agli ultimi esempi virtuosi del nostro Paese. Alcuni giovani scelgono un territorio e poi lo abitano, ci lavorano, se ne prendono cura quasi come se fosse il loro, come se avesse dato loro i natali. È una scelta dettata dal bisogno di ritrovare o di trovare per la prima volta un luogo con significati e sensibilità diverse”. 

In questo, ci ricorda Arianna, aiuta anche il cambiamento delle condizioni di chi fa agricoltura.
“L’agricoltura non è più figlia della povertà assoluta. Negli ultimi anni, in particolare negli ultimi dieci, è cambiato tutto. Oggi essere agricoltori vuol dire avere una vita dignitosa, potersi permettere ciò che gli altri possono permettersi, ma anche viaggiare per raccontare i proprio prodotti, affacciarsi al mondo. L’Italia non può pensare di prescindere da questo, di scollarsi dalla propria natura: è un collettore di persone che si prendono cura della propria terra e deve ragionare in questi termini per il futuro”.

E parliamo anche di vino

Come racconterebbe Arianna Occhipinti i suoi vini? Abbiamo avuto la fortuna di poterglielo chiedere.
“I miei vini devono raccontare il mio territorio tenendo conto di due aspetti: quello etico e quello agricolo. La componente agricola, vitivinicola, te l’ho già spiegata. Si traduce in vini sanguigni, eleganti, freschi, che non ti aspetteresti di trovare nell’area mediterranea. L’’etica è l’altro anello fondamentale della mia azienda; riguarda il ritorno, il recupero della terra, il fare squadra tra persone che lavorano assieme. Ma a mio avviso l’etica passa anche per la veridicità del racconto. Il mondo è fatto di tanti racconti. Alcuni veri, altri no. Addito la non coerenza, non il percorso scelto. Si può credere in una viticoltura convenzionale o in un approccio naturale, l’importante è che si rispetti ciò che si dichiara. A tal proposito credo che ci sia bisogno di educare alla sensibilità per dare alle persone gli strumenti per capire prima di scegliere quale bottiglia o cibo acquistare”.